UN PO' DI STORIA...
“Teatro Instabile” a Palazzo Spinelli
Perché Teatro Instabile? Per andare contro i conformismi culturali, sostiene Michele Del Grosso, ponte generazionale tra un non ancora storicizzato passato recente della scena partenopea e l'attualità rappresentata da alcuni giovani tra registi e attori. Il tutto in una zona topografica densissima, che accede ai sotterranei della città da un punto strategico, all’incrocio tra la pianta greco-romana e l'antico quartiere alessandrino.
In vico Fico Purgatorio ad Arco 38, nelle segrete del palazzo appartenuto alla famiglia Spinelli dei Principi di Tarsia, si apre uno spazio di straordinana suggestione: pianta ellittica, otto archi e disposizione a deambulatorio intorno ad un fulcro centrale che ricorda la scena nuda del teatro elisabettiano- shakespeariano.
Lo sguardo è catturato dalla piccola arena, come in attesa di un evento. descritto anche solo dalla forza evocativa e magica dello spazio stesso. A centro, a livello del pavimento, si apre un antico pozzo con otto piccoli canali disposti a raggiera, quasi un sole simbolico nel mezzo di uno spazio templare. Le ipotesi sull’antico uso sono varie: la pavimentazione romana e la muratura in opus reticulatum riporta ad una funzionalità relativa al reperimento delle acque del mitico fiume Sebeto. Ma questo non basta ad interpretare le simbologie del luogo che si offre al fruitore¬spettatore già carico di segni.
La forma ottagonale, come altri reperti trovati in loco, lascerebbe pensare a significati esoterici; proprio in un punto altamente misterico della città dove le credenze vogliono ci fosse una delle sette porte magiche del mondo, capace di condurre in un’altra dimensione. Probabilmente l’attuale teatro funse anche, nei secoli, da chiesa bizantina e loggia massonica
Michele Del Grosso
Definito dal saggista Enzo Grano come vera e propria icona del teatro contemporaneo, è eccellente testimone dell’avanguardia teatrale napoletana. Nel 1966 fondò il Tin — Teatro Instabile — di via Martucci, che diventò presto un luogo cult della sperimentazione. La sua produzione fu eclettica, diversa, pirotecnica, avendo fin dalla costruzione fatto leva su teatro, cinema, musica popolare, mostre, dibattiti, ospitando la prima mostra di Pop-Art a Napoli. Artaud, Jarry, Marx e Brecht erano i preferiti del Programma di sala. Sul piccolo palcoscenico si sono avvicendati i maggiori protagonisti della cultura musicale e teatrale internazionale, dal Living all’Open theatre e ha visto gli esordi di moltissimi talenti che avrebbero caratterizzato la scena degli anni successivi, da Luca De Filippo (“Il figlio di Pulcinella”) a Massimo Troisi (“Majakoskij”).
Eduardo ne fu subito un estimatore. Roberto De Simone nelle tre stanze del Tin proponeva personaggi della strada e tra gli esordienti vi erano anche la Nuova Compagnia di Canto Popolare, ma anche Pino Daniele (‘Ulisse” e “Il viaggio di Shiva-Tana”) e Francesco De Gregori (per “I giovani del Folk”). Vi sono passati anche Dario Fo, Carla Fracci e Vittorio Gassman e molti altri. Lì Concetta Barra, che non cantava dagli anni ‘40, prese ad accompagnare suo figlio Beppe. Questa stagione del Tin si chiude nel 1977.
Nel 2002 l’apertura in Vico Purgatorio ad Arco, con spettacoli come “O’ vico” di Raffele Viviani, “Razzullo e Sarchiapone sotto ò tendone, rivistazione circense della Cantata dei Pastori” di Andrea Perrucci e “Mater Camorra e i suoi figli” liberamente ispirato a “Madre Courage” di Bertolt Brecht.
RASSEGNA STAMPA
Da "Il Brigante"
Il teatro Instabile di Napoli, in collaborazione con il Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa, ha realizzato una serie di iniziative dedicate alla memoria che andranno in scena fino a domenica 1 febbraio
Il Teatro Instabile di Napoli, in collaborazione con il Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa, ha realizzato una serie di iniziative dedicate alla memoria che andranno in scena fino a domenica 1 febbraio. Tutte le mattine alle ore 11,30 presso il Museo di Pietrarsa un gruppo di attrici vestite da Kapò accompagnerà il pubblico fino ad una piazzola antistante uno dei treni, dove si terrà lo spettacolo "La moglie ebrea". Alla fine della performance, delladurata di mezz'ora, le Kapò accompagneranno il pubblico sul treno per dare il senso che siamo tutti dei deportati. Da martedì 27 gennaio a domenica 1 febbraio alle 21,00 presso il teatro Tin (vico Fico Purgatorio ad Arco 38) andrà in scena lo spettacolo "la moglie ebrea" di Bertold Brecht per la regia di Michele Del Grosso con Miriam Campaniello. Il regista ambienta "La moglie ebrea" in uno spazio claustrofobico dove Judith Keith si muove come un leone in gabbia.
La quarta parete è completamente eliminata per favorire il dialogo con gli spettatori che dapprima rappresentano i fantasmi di tutti gli ebrei che hanno perso la vita nei campi di concentramento e poi, nel corso della pièce, si trasformano in aguzzini, in tedeschi nazisti capaci di qualsiasi mostruosità. Judith Keith li vede come ossessioni che avanzano e la divorano e che, anche se lei cerca di tenere lontano, finiscono per schiacciarla definitivamente. Un sipario specchiato segna il confine, la separazione tra la realtà, incombente e minacciosa, dell'esterno e l'ambiente interno, borghese, in cui la donna si rifugia per far sì che i suoi occhi non vedano ciò che sta accadendo per strada, alle sue spalle, lì dove il delirio imperversa.
Tra un telefonata e l'altra, che Judith fa per dire addio alle persone più care, il sipario viene aperto: urla laceranti, sirene, spari, cani che abbiano, pianti, lamenti strazianti, è l'inferno, insomma, che entra in casa Keith. A quel punto la donna non può più fingere, neanche con se stessa. È costretta a prendere una decisione. Dopo aver proferito parole di rabbiose in un monologo che ha come oggetto l'assurdità del nazismo e di coloro che vi hanno preso parte, tra cui lo stesso marito che "se ne sta seduto lì e non dice niente", ella, confermando il proprio nazionalismo ebraico, decide di fare le valigie e partire. Molto probabilmente perderà la vita in una delle tante camere a gas, macchine mortali che hanno decimato un'intera popolazione.
Del Grosso non mette in scena solo la vicenda di un'ebrea vissuta nel periodo nazista, ma pone l'attenzione sull'esperienza di una donna che per un atto d'amore e di coraggio rinuncia a tutto: a se stessa, alla propria femminilità, all' agiatezza, alla famiglia, andando decisa e a testa alta verso una morte certa e orribile.